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Personaggi Finalesi

Personaggi Finalesi (24)

Lunedì, 30 Gennaio 2017 14:59

Leonello Grossi

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Conosciuto dai finalesi probabilmente principalmente per il nome attribuito (nel 1959) alla strada che unisce via Rotta, all'altezza del distributore Agip, a via Monte Grappa, di fronte all'ex istituto Corni, oggi sede provvisoria del Comune, fu consigliere comunale a Bologna, dove diresse la Farmacia Cooperativa della Società Operaia, dal momento della sua istituzione fino alla morte, sopraggiunta nell'agosto 1934, quando aveva appena 54 anni. A Bologna fu anche assessore al Bilancio nella giunta del sindaco Francesco Zanardi ed eletto deputato per ben due volte: nella 25° e 27° legislatura.

Venerdì, 23 Dicembre 2016 14:24

Ignazio Calvi

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Pur non essendo finalese di nascita, Ignazio Calvi da più di cento anni costituisce un denominatore comune per moltissime persone che hanno vissuto e vivono a Finale. A lui, reggiano di nascita, è intitolato dal 1967 il nostro Istituto Tecnico Agrario Statale – più recentemente arricchito del corso per geometri – ma è da molto tempo prima che il suo nome è legato alla scuola finalese.

Nel 1870 infatti, Finale diede vita a una scuola privata, divenuta prima comunale nel 1880 e poi scuola tecnica statale (la prima della Provincia) nel 1888. Scuola che con decreto ministeriale del 17 marzo 1890, venne intitolata a Ignazio Calvi.
È chiaro, quindi, come siano stati davvero tanti i giovani studenti finalesi – divenuti poi adulti impegnati nei più disparati campi del sapere e dell'operare – a frequentare, dal 1890 a oggi, "il Calvi", prima scuola tecnica, poi scuola complementare, quindi avviamento professionale e infine istituto agrario e per geometri.
Nato il 21 gennaio del 1797 a Reggio Emilia - curiosamente l'anno e il luogo in cui viene decretato "universale lo Stendardo o Bandiera Cispadana di tre colori, Verde, Bianco e Ross", quello che sarà poi il tricolore italiano: evidentemente un segno del destino – Ignazio Calvi fu uno spirito assai inquieto, sempre in bilico tra il combattente e l'intellettuale, capace di attraversare, senza mai piegare la testa, l'intero arco del Risorgimento italiano.
Come nacque e si alimentò il suo rapporto con Finale, lo racconta Umberto Baldoni in "Il Maggiore Ignazio Calvi e la Scuola Tecnica di Finale Emilia", pubblicato nel libro "Una scuola nel tempo" del 1959. "Ritornato reduce dal Reggimento dei Dragoni della Regina, da Milano nel 1814 – scrive Baldoni – fu attratto dal Proclama del Murat di Rimini, che seguì per pochi mesi onde riprendere a Modena i suoi studi in Chimica, corso che allora durava un triennio e che lo portò alla laurea nel 1819. Indubbiamente in quell'ambiente – tutto ancora infervorato dalle idee nazionali – prese parte, almeno conciliatoriamente, coi Cospiratori del 1821 (i cui moti portarono alla condanna a morte, eseguita il 17 ottobre 1822, di Don Giuseppe Andreoli di San Possidonio, n.d.r.), perché gli indiziati sono tutti suoi amici, conosciuti in quell'ambiente, oltre quelli di Finale, quali il Ramondini ed il Marchetti, studenti presso il S. Carlo di Modena. Si deve anzi all'iniziativa di costoro la sua decisione di portarsi al Finale, dove doveva trovarsi più al sicuro che altrove, dalle mene della polizia estense".
Proprio con Giovanni Ramondini e Agostino Marchetti, Calvi partecipò sempre nel 1821 all'insurrezione di Alessandria, dove il 10 marzo venne recepita la costituzione spagnola, fu formata la Giunta provvisoria di governo, si dichiarò guerra all'Austria.
"L'8 aprile la rivoluzione alessandrina crollò – annota Giuseppe Bedoni in "Il patriota Ignazio Calvi e la sua evoluzione politica", relazione inclusa negli atti del convegno "Ignazio Calvi e il suo tempo" tenutosi a Finale l'11 aprile 1997 –con la sconfitta degli insorti presso Novara ad opera di forze alleate realiste ed austriache. (...) Dietro le insistenze dei carbonari Ramondini e Marchetti, il Calvi, dopo la sconfitta di Novara, li seguì a Finale, loro paese d'origine, evitando in tal modo l'arresto. Del resto quell'ambiente era più sicuro di Reggio, perché in caso di pericolo egli avrebbe potuto rifugiarsi nella vicina Ferrara, non soggetta alla giurisdizione della polizia estense. In seguito il Ramondini e il Marchetti gli facilitarono la conoscenza dei carbonari di Mirandola, Carpi, Cento, S. Felice. Molto probabilmente la simpatia del Calvi verso la Carboneria risaliva ai contatti con l'associazione Libera Ausonia durante la campagna del Murat e con i volontari reggiani partecipanti all'insurrezione di Alessandria".
Nel decennio successivo, Calvi è attivo nel "raggio", ovvero il comitato locale che dalla Bassa affianca e supporta le idee sovversive della Carboneria modenese di Ciro Menotti, che nel febbraio 1831 cercherà di scalfire il dominio estense.
Nella Bassa i capi dei Comitati locali si incontravano segretamente nella sede del "Raggio" principale di Massa Finalese per concordare le azioni. "Il Comitato di Finale – prosegue Bedoni - tra i 142 aggregati, diretti dal farmacista Ignazio Calvi, qualificato 'l'agitatore', comprendeva l'ing. Agostino Marchetti, podestà del Popolo; il dott. Antonio Gnoli, segretario politico del Comitato finalese, diversi ufficiali, medici, avvocati, tre vigili urbani, soldati di linea".
Fuggito il duca da Modena, nonostante il fallimento della congiura che Menotti era stato costretto ad anticipare, ci si preparava a combattere a Novi e Calvi, insieme al capitano Antonio Tonelli, comandante la piazzaforte di Finale, cominciavano ad accogliere al "Civico Quartiere della Piazza" le adesioni di volontari alla Guardia Civica.
L'esito della battaglia, però, non fu felice e i patrioti modenesi dovettero cedere il campo alle forze estensi e a una divisione austriaca.
Il 9 marzo Francesco IV poté quindi rientrare a Modena e diede ordine alla polizia di compilare l'elenco dei compromessi con i moti del 3 febbraio 1831. Il capitano Tonelli era tra i 152 segnalati dalla polizia estense e per evitare una sicura pena carceraria fu costretto a porsi con la sua Guardia Civica agli ordini del generale conte Carlo Zucchi, responsabile del comando e dell'organizzazione dell'esercito, che seguì a Bologna e poi fino ad Ancona, insieme a Calvi e al sanfeliciano Onorio Ferraresi, tenente della IV compagnia del Battaglione modenese di linea.
Il generale Zucchi, però, viene sconfitto a Rimini dove aveva concentrato le forze emiliane e romagnole. I suoi uomini cedono le armi e vengono amnistiati: gli è concesso di partire illesi, muniti di un regolare passaporto, entro 15 giorni.
Calvi, approfittando dell'amnistia ma non potendo ritornare nel Ducato estense, lascia Ancona imbarcandosi sul "Leon d'Oro" che lo porterà, insieme a pochi altri patrioti, a Marsiglia, in Francia, dopo una vera e propria odissea che egli racconta nelle sue "Ricordanze". Nelle stesse, egli narra le sue vicissitudini da profugo e i suoi spostamenti che lo porteranno, dopo Marsiglia, a Màcon, a Montbrison, a Grézieu La Varenne ("un piccolo villaggio composto di un centinaio di case, situato a tre miglia da Lyon, sulla strada di Montbrison, in una deliziosa pianura, a piè di colline amenissime", scrive Calvi) e, infine, a Parigi.
In Francia, Calvi si converte alle idee della Giovane Italia di Giuseppe Mazzini e si prepara all'ennesimo fallimento rivoluzionario. Nel 1834, con una compagnia di fuoriusciti italiani partecipa a una spedizione nella Savoia che ha l'intento di rovesciare il governo di Carlo Alberto e penetrare in Italia. La reazione delle truppe piemontese smorza però gli ardori mazziniani e i vessilli della Giovane Italia si afflosciano irrimediabilmente.
Rientrato a Parigi, dove lo ha raggiunto la moglie Anna Vettolani, mette a reddito la sua abilità nel gioco degli scacchi, frutto di una passione nata probabilmente negli anni di studio a Modena.
"Anche al suo arrivo a Finale Emilia – spiega Fulvio Casella nel suo intervento al convegno "Ignazio Calvi e il suo tempo" – Calvi trovò terreno fertile per la pratica del gioco degli scacchi. Sappiamo infatti che nelle biblioteche di Finale erano presenti già da tempo diversi volumi sul gioco".
Durante il suo esilio francese egli riprende a giocare a scacchi una prima volta a Grézieu La Varenne, poi a Parigi. Nella capitale francese, le capacità di scacchista gli fanno acquistare notorietà soprattutto nei salotti mondani, al punto che la principessa Cristiana Trivulzio Barbiano di Belgioioso-Este, fervente mazziniana e tutrice di molti esuli italiani, lo vuole come istruttore e maestro.
Nel 1836 a Parigi viene edita la rivista specialistica "La Palamède", dal nome di un guerriero partecipante all'assedio di Troia che la leggenda vuole essere l'inventore degli scacchi, a cui Calvi è chiamato a collaborare fin dai primi numeri e sulla quale, dal 1842 al 1847, pubblicherà il suo "Cours d'échecs" in 47 lezioni.
Il suo ritorno in Italia è legato nuovamente a un evento rivoluzionario: i moti del 1848. In realtà già nel 1845, aveva fatto una breve apparizione a Finale: l'ambasciatore d'Austria a Parigi, principe Esterhazy raccoglie una sua petizione che attraverso un periglioso viaggio tra ambasciatori e ministri sembra approdare finalmente nelle mani del duca di Modena. Il desiderio di tornare è tanto che Calvi probabilmente finisce per anticipare però troppo i tempi. "Vendetti quanto mi trovava di mobiglie – scrive nelle Ricordanze – diedi ordine a' miei affari, ed ai venti di Agosto dello stesso anno '45 partii da Parigi e per la via di Marsiglia giunsi a piccole giornate il 12 settembre al Finale. Mi misi tosto all'opera per fornire il mio piccolo appartamento di mobili e del necessario alla mia famigliola. Erano già trascorsi quaranta giorni allorché il 23 d'Ottobre ricevo ordine di sortire immediatamente dallo Stato. Nel tempo stesso il signor Parisi mi fa sentire di portarmi tosto alla Capitale. V'arrivo sulle undici della mattina del 24, ed ottengo un'udienza dal Principe. Prima di presentarmi, io parlai coi signori Parisi e Gamorra, i quali mi dissero di non temere se intendeva delle aspre parole, ma di rispondere franco. Fui introdotto, diedi una petizione colla quale dimandava un processo contro quelli che m'avevano accusato. Appena dette queste parole, il Principe si diresse verso di me cogli occhi di fuoco e mi disse: Sa cos'è lei? Un cattivo soggetto che tenta di venire a corrompere i miei sudditi, ma non vi riuscirà: sortirà dai miei Stati, né le sue alte protezioni potranno salvarlo, né Parisi, né Borsari".
Così Calvi è costretto al rientro in Francia dove resterà fino a quando a richiamarlo in Italia sarà la Guerra d'Indipendenza nel 1848. Sarà perciò nuovamente a Finale il 17 aprile e in breve riuscirà a formare una compagnia mobile di 72 finalesi che si unirà alla Colonna mobile di 1000 volontari modenesi e reggiani.
"Combatte a Goito – riporta il gazzettino finalese "La Minoranza" del 16 agosto 1896 che commemora il 24° anniversario della morte – ed è anima e vita di quel nuovo rivolgimento finché l'armistizio di Salò che riconduce gli Austriaci a Milano, non gl'impone di riparare in Piemonte, ove assume il comando di capitano in quelle patriottiche milizie, sino al giorno doloroso in cui la disfatta di Novara e l'abdicazione di Carlo Alberto non lo costringe a dimettersi".
Nel 1859 a Finale si impegna nella costituzione delle Compagnie della Guardia Nazionale, ma dopo due mesi è richiamato sotto l'esercito piemontese e destinato a Parma, all'epoca sede del Comando Generale di retrolinea padana, dove ritrova il suo vecchio generale Zucchi. Nello stesso anno è eletto deputato dell'Assemblea Costituente, di cui diviene presidente nella prima seduta, che approva la decadenza di Francesco V dalla sovranità degli stati modenesi e l'annessione delle province modenesi al regno dei Savoia. Nel 1860 viene invece eletto deputato per il collegio di Vignola e si spende per l'annessione alla monarchia sarda di Vittorio Emanuele II.
Nel 1862 abbandona definitivamente l'esercito e ritorna a Finale per riprendere la professione presso la farmacia Agnini, ma a stare fermo proprio non riesce.
Così il suo impegno si rivolge al miglioramento della condizione sociale e alla crescita culturale della città e dei suoi abitanti. Nel 1863, il 16 di agosto, fonda con i suoi principali amici la Società di mutuo soccorso e di istruzione fra gli operai il cui oggetto è il "miglioramento intellettuale, morale e materiale della classe operaia" e che svolgerà la propria attività "aprendo scuole, assegnando sussidi a quelle esistenti e concedendone altri per la accettazione gratuita di essi". Ma non solo, perché la Società di mutuo soccorso finirà per occuparsi anche di attirare i giovani nelle loro ore di svago e istituire concorsi, premi e borse di studio per i più meritevoli. L'ultima soddisfazione gli arriva probabilmente dal "nascente sole del 20 settembre 1870" con la presa di Porta Pia e la caduta dello Stato Pontificio.
"Davanti a un popolo festante che lo acclama al balcone della sua casa, sita in piazza Garibaldi – racconta La Minoranza nel numero del 18 agosto 1896, ricordando la scomparsa di Calvi – per essersi avverato il sogno fatidico dei nostri martiri. Egli piange lacrime dolcissime e l'emozione che gli fa intoppo alla gola gli lascia solo esclamare: ora muoio contento".
Lo farà poco meno di due anni dopo, il 17 agosto 1872, nella sua casa di Finale Emilia.

Venerdì, 25 Novembre 2016 15:04

Amintore Galli

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Amintore Galli, musicista, critico musicale e giornalista, fu direttore della scuola di musica e della banda musicale di Finale dal 1871 al 1873. La fama che ha saputo conquistarsi è dovuta principalmente alla sua attività di giornalista e critico musicale presso la casa editrice Sonzogno e per aver fornito, forse suo malgrado, la propria musica all'Inno dei Lavoratori scritto da Filippo Turati.
Il Dizionario Biografico degli Italiani Treccani, indica i natali di Galli nella cittadina di Talamello, nel Montefeltro, il 12 ottobre del 1845. Non la pensano così, però, a Perticara, oggi frazione del Comune di Novafeltria, ma all'epoca della nascita di Galli, in effetti, frazione di Talamello. "Se dubbi non esistono sulla data di nascita – si legge sul sito internet della Pro Loco di Perticara – se è inconfutabile che quando il Galli venne alla luce i genitori Antonio Galli e Livia Signorini abitassero a Perticara nelle case dell'Amministrazione della Miniera di Zolfo, in quanto il padre fu inviato assieme ad altri tecnici della nuova proprietà della Miniera, la Soc. Sulfurea di Romagna a riattivare le produzioni di zolfo dopo il fallimento della vecchia società gestrice, sarebbe bene a questo punto capire il perché si continui ad asserire che il Galli nacque a Talamello, oppure se così fosse dare una spiegazione documentale di come la madre in quel preciso giorno potesse trovarsi a Talamello. Il piccolo Amintore fu battezzato a Talamello che al tempo poteva fregiarsi di avere la fonte battesimale, cosa che a Perticara non esisteva". A stabilire che l'effettivo luogo di nascita è Perticara e non Talamello è dunque l'atto n. 593, redatto dall'Arciprete Francesco Tomasetti, parroco di Talamello il 12 ottobre 1845 e conservato presso gli archivi di quella parrocchia.
Amintore cominciò gli studi musicali con lo zio Pio Galli, direttore della banda di Talamello. Terminato il ginnasio a Rimini, si trasferì a Milano dove completò gli studi musicali presso il Conservatorio. Qui entrò in contatto con l'ambiente artistico della Scapigliatura (movimento artistico e letterario della seconda metà del XIX secolo, che ripudiava la tradizione e ricercava un'originalità estrema) e conobbe Arrigo Boito, con cui visse nel 1866 l'esperienza di volontario garibaldino. L'anno successivo si diplomò al Conservatorio di Milano, ottenendo il gran premio di composizione con l'oratorio profano "Espiazione" e iniziò l'attività lavorativa come direttore di banda ad Amelia, in provincia di Terni. A Finale arrivò nel 1871 e diresse l'istituto musicale e la banda della Guardia Nazionale fino al 1873. Nella nostra città furono eseguite quattro sue riduzioni per banda di composizioni di grandi maestri e il nuovo Oratorio "Cristo al Golgota" e scrisse numerose musiche, buona parte delle quali sono ancora conservate in un fondo del nostro Archivio Storico Comunale "Cesare Frassoni". Riguardo la permanenza e il lavoro svolto da Galli nella nostra città, riportiamo brani di un articolo del periodico finalese "L'Educatore" n. 30 dell'11 maggio 1873, intitolato "Nostro Istituto Comunale di Musica", da cui traspare la figura e lo spessore del maestro. "Gli è con animo pieno di verace compiacenza - si legge nell'articolo - che registriamo l'esito luminosissimo sortito dal primo publico e solenne esperimento dato dagli Alunni del nostro Istituto Musicale, la sera del 4 corrente nel Civico Teatro. L'esperimento venne però nella sera di Sabato preceduto dall'esame individuale degli Alunni innanzi alla Giunta Municipale, a varii Consiglieri Comunali, ed altri emeriti cittadini, ed esaminatori furono due illustrazioni dell'arte musicale italiana, e cioè il Busi ed il Tofano, entrambi Professori presso il celebre Liceo Musicale Rossini della vicina Bologna. (...) L'indirizzo artistico dato agli studi dal Maestro Amintore Galli fu trovato corrispondente appieno al grado eminente cui pervenne l'Arte Musicale odierna. Ciò venne constatato mercè il Sistema Didattico addittato dal Galli, dall'esame degli Alunni a lui direttamente affidati, e dal successo dell'esperimento. (...) Noi ci consoliamo di questo avvenimento artistico affatto nuovo per Finale, e tale da emulare le grandi prove di studio dei principali Istituti di Musica". Poi il redattore dell'Educatore si dilunga enunciando i nomi degli studenti, molti dei quali risulteranno familiari anche ai finalesi di oggi: Rosilda Abottoni e Lucia Rivaroli, cantanti; Arturo Pirani, studente di composizione; Antonio Sgarbi, clarinettista (poi diventerà, sulle orme del padre, celebre liutaio); Ruggero Ziroldi, violinista; Silvio Azzali, studente di cornetto; Giovanni Verdi e Felice Zagnoli, Manfredo Ferrarini, strumentisti ad arco; Ferdinando Grillenzoni, basso. "Un encomio - prosegue l'articolo - spetta anche agli esecutori della brillante Fanfara di Rossini per sole quattro trombe; dell'elaborato Quartetto per strumenti d'arco del Galli e dell'altro stupendo Quartetto per clarini di Schindelmeisser. (...) Il Teatro - rigurgitante di spettatori - venne senza risparmio illuminato a giorno per cura del Municipio (che sostenne ogni spesa) in omaggio agli ospiti illustri ed a questo avvenimento musicale; ma copia di luce smagliante pioveva dai palchetti, ove le Dee dell'Olimpo Finalese, risplendevano in tutta dovizia delle loro attrattive. (...) Noi dopo questo chiudiamo l'articolo, dicendo, che l'Istituto Musicale Comunale non mancherà di vita e vigoria, sempre quando vi sia a capo persona egregia, e distinta come Amintore Galli, dal quale ci ripromettiamo buoni allievi da compensare le spese non lievi che incontra il nostro Municipio, per alimentare un tale Istituto. Ci asteniamo poi di far speciale elogio di Galli, sapendo che gli basta la coscienza d'aver fatto il proprio dovere, e non essere mai venuto meno alla giusta aspettativa in lui riposta per un così nobile e difficile incarico affidatogli".
Finale fu solo una tappa della carriera di Galli, carriera che si sviluppò, a partire dal 1874, principalmente a Milano, sostenuto e incoraggiato dall'editore Edoardo Sonzogno, al fianco del quale contribuì alla creazione (e divenne direttore) dello Stabilimento musicale che integrava l'attività della casa editrice (per il cui giornale "Il Secolo" era già da tempo critico musicale).
Fu proprio Galli a mettere in pratica una linea editoriale che si differenziava da quella dei concorrenti, in particolare da Ricordi. Vennero ideate e realizzate collane a prezzi popolari, come "La musica per tutti" e "Il teatro musicale giocoso" che proponevano riduzioni per canto e pianoforte di opere celebri (la prima fu "Il Barbiere di Siviglia" di Gioacchino Rossini, messa in vendita a una lira). Per molte di queste opere fu lo stesso Galli a realizzare le riduzioni e a scrivere prefazioni storiche e analitiche.
"Grazie a lui – si legge nella voce che lo riguarda del "Dizionario Biografico degli Italiani", edito da Treccani – Casa Sonzogno riuscì ad acquistare i diritti di molte operette straniere e opere (tra cui l'acquisto più clamoroso fu, forse, nel 1879 la Carmen di Bizet); di alcune partiture, il Galli curò personalmente l'edizione italiana, musicando i ricreativi che originariamente non avevano accompagnamento".
Diresse anche periodici strettamente collegati all'attività della Sonzogno, come il "Teatro illustrato" (1882-92) e "Musica popolare" (1882-85). Per incrementare il repertorio italiano – proprio attraverso il "Teatro illustrato" – furono banditi i concorsi Sonzogno, di cui Galli fu commissario, insieme con altri nomi di spicco, tra cui Amilcare Ponchielli. Nella seconda edizione del concorso (1889) trionfò la "Cavalleria rusticana" di Pietro Mascagni, al quale Galli rimase poi legato da profonda amicizia. Inoltre Galli, riuscì a far acquisire dalla Casa Sonzogno altre importanti opere come i "Pagliacci" di Leoncavallo.
Già nel 1878, Galli era stato chiamato al Conservatorio di Milano per sostituire il suo maestro Mazzucato negli insegnamenti di contrappunto e storia ed estetica della musica. Tra i suoi allievi più celebri Giacomo Puccini, Ruggero Leoncavallo e lo stesso Mascagni. Nel 1903 lasciò l'insegnamento al Conservatorio e l'anno successivo si dimise dalla direzione di Casa Sonzogno. Nel 1914 si ritirò nella sua Rimini dove morì l'8 dicembre 1919.
Una parte della sua fama è dovuta alle musiche che ha composto per l'Inno dei Lavoratori, le cui parole nacquero dalla penna di Filippo Turati. Musiche sulle cui modalità di composizione esistono più versioni, anche se Galli non ne ha mai rinnegato la scrittura, pagandone pure dirette conseguenze. "Il divertimento - scrive Massimo Dursi su Il Resto del Carlino del 4 luglio 1956 - si fece rischioso quando scoppiarono i tumulti del '98 e spararono i cannoni del tenente generale Bava Beccaris. Amintore Galli si vide mutato in un importante sovversivo, i suoi titoli furono in pericolo, uomini con la bombetta, i baffi nerissimi e le scarpe rimontate lo seguirono per la strada e qualche volta lo invitarono in Questura. Fu probabilmente allora che gli fu 'consigliato' di ritirare da tutte le edicole d'Italia le copie del Canto dei Lavoratori, divenuto 'grido di guerra dei socialisti'. Dovette spendere cinquemila lire, rimetterci cioè un mezzo podere". Secondo alcuni la musica dell'Inno sarebbe quella di una marcetta ideata da Galli per una società sportiva che poi non la fece propria e che lo stesso Turati gli avrebbe chiesto di poter utilizzare. Per altri, la musica avrebbe origine addirittura religiose. Lo sostiene il finalese Roberto Grossi che, il 5 dicembre 1904 annota sul suo diario che "fu tolta di peso da un vecchio tantum ergo (particolare inno liturgico, n.d.r.) cantato e suonato in queste chiese di Finale, e che lui più volte avrà diretto quando era qui maestro! Ironia del caso: un inno anarchico che s'ispira sul tantum ergo! Fatta la scoperta, non si fa più qui quell'arcivecchio tantum ergo, per non sentirselo accompagnato in chiesa dalle turbe colle parole dell'inno anarchico socialista".
A proposito di musiche religiose, in un articolo di un vecchissimo numero di "Voce che grida", troviamo – a firma P.G. – il racconto di un aneddoto (il ritrovamento di un libretto di musiche di Galli, edito dalla tipografia Rubbiani, "Meditazioni sulle parole pronunciate sulla croce. Musica di Galli prof. Amintore in occasione della solennità religiosa che ha luogo nella Chiesa detta della Buona Morte in Finale Emilia, il giorno 5 aprile 1901") che ci fa rivivere un evento della Finale di inizio XX secolo: "Il libriccino ha provocato in noi un ritorno all'età favolosa dell'infanzia e ci dà l'occasione di rievocare una tradizione che soltanto i vecchi ricordano: la solenne funzione delle tre ore d'agonia che si metteva in scena (è proprio il caso di dirlo) nel giorno del Venerdì Santo e per la quale il Galli aveva scritto la musica delle Meditazioni. Sì, ci siamo rivisti bambini, con i grandi occhi incantati, proprio come a teatro, pigiati fra la folla dei fedeli che stipava la Chiesa della Morte, ad aspettare con il cuore in gola il miracolo della discesa della Croce. Potremmo ancora disegnare, tanto vivo è il ricordo, lo scenario di macigni dall'alto dei quali il simulacro di Gesù in croce discendeva, in virtù di misteriose ed occulte puleggie ingranaggi e cremagliera, fino alla balaustra dell'altare per essere issato sul funereo baldacchino nero-oro e uscire poi nel sole della piazza Garibaldi tra il popolo inginocchiato mentre nel silenzio crepitavano improvvise, secche e disperate le tarantelle. Uno spettacolo, per noi bambini innocenti; ma anche per i grandi di allora la cui fede trasfigurava il cartone dipinto e la musica del maestro Galli. La musica del Galli: bella, brutta, appassionata o banale? Non sappiamo, il babbo, ci sembra di ricordare, la giudicava bella. Sarebbe interessante ricercarne il manoscritto nell'archivio della Congregazione della Buona Morte. Bello pure sarebbe ricomporre la macchina, ridipingere la grande montagna del Golgota, ritrovare quell'ingenua purezza che ci faceva sembrare sublimi le parole delle Meditazioni (...)".

Mercoledì, 19 Ottobre 2016 14:24

Ferruccio Trombi

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Ferruccio Trombi, medaglia d'oro al valor militare, nato il 2 agosto 1858 (le sue biografie sono discordanti sul luogo di nascita: alcune affermano sia stato Finale, altre Modena. Di certo si sa che era di famiglia finalese), morì il 28 novembre del 1915 a Oslavia, nel cui Sacrario è sepolto insieme ad altri 57 mila caduti italiani.
Così recita il dispaccio che ne annunciava il decesso: "Il Regio Esercito Italiano piange oggi la scomparsa del Maggiore Generale Ferruccio Trombi, comandante della Brigata Livorno. Veterano della campagna di Libia, Ferruccio Trombi ha combattuto a Tobruk e venne ferito gravemente nella battaglia di Bir Mofsel l'11 marzo 1912. Insignito dell'Ordine Militare di Savoia per la brillante e coraggiosa condotta negli scontri in Libia e a Rodi, venne promosso Maggiore Generale nel 1913 e posto a comando della Brigata Verona. All'inizio della guerra venne incaricato di guidare la Brigata Alessandria e combattè sul fronte dell'Isonzo. Ferito in un'azione sul San Michele, ancora convalescente pretese di tornare in prima linea e il 12 ottobre venne incaricato di prendere il comando della Brigata Livorno e seppe tenere alto lo spirito combattivo e il morale dei propri uomini durante i durissimi scontri per la conquista di quota 609 del Sabotino ed il fondo Val Peumica. Oggi, incaricato di guidare la presa di quota 188 di Oslavia, è stato colpito sulla via per raggiungere la prima linea. Investito dallo scoppio di una granata nemica, il Maggiore Generale Ferruccio Trombi è morto sul colpo".
Nemmeno un mese dopo, il 22 novembre 1915, gli veniva conferita la Medaglia d'oro al valor militare alla memoria con la seguente motivazione: "Comandante di settore al Sabotino, dal 18 al 27 novembre, prodigò inesauribili doti di energia, di valore, di perizia, per affrontare e superare una difficile situazione. Chiamato improvvisamente ad assumere la direzione delle operazioni in altro settore, accoglieva con entusiasmo l'incarico, e, nell'adempimento di esso, sulle linee più avanzate, ove erasi recato per rincuorare le truppe, colpito in pieno da un proiettile di artiglieria nemica, moriva da prode, suggellando con tale splendida fine sul campo dell'onore tutta la sua vita di fiero e valoroso soldato. Oslavia, 28 novembre 1915".
Ferruccio Trombi era il discendente di un'antica blasonata famiglia finalese. Scrive Umberto Baldoni nella sua Storia di Finale, "I Trombi oriundi da Bergamo e detti anticamente de' Manzili e de' Viviani. Andrea, soprannominato il Tromba, si stabilì al Finale al principio del XVI secolo. (...) Vari membri di questa famiglia furono priori, consiglieri del Comune, capitani e dottori. Vincenzo beneficò l'ospedale e altre opere pie del Finale. I Trombi si allearono a nobilissime famiglie e furono riconosciuti Conti palatini e nobili del Finale con decreto ministeriale 11 maggio 1891 in persona del generale Conte Vittorio Trombi e del fratello Conte Ferruccio".
Secondo il "Libro d'oro del Finale", lo stemma di casa Trombi è "spaccato e diviso da fascia rossa; il primo, campo oro all'aquila bicipite coronata oro in campo, tenente spada argento punta in alto, nell'artiglio sinistro, ed un tromba argento in quello destro; nel secondo, campo azzurro, all'albero verde terrazzato ed accostato da due leoni rampanti".
Attratto dalla vita militare, Ferruccio Trombi entrò alla Scuole Militare di Modena nel 1874. Nel 1877, nominato sottotenente di fanteria, fu assegnato al 31° reggimento della brigata Siena. Nel 1880 divenne tenente e nel 1887 capitano. Nel 1894 venne trasferito nel 12° reggimento e nel marzo 1898, con la promozione a maggiore, nel 63° della brigata Cagliari. Promosso tenente colonnello nel gennaio 1903, passò al 22° fanteria Cremona di cui divenne comandante nel maggio 1908 con il grado di colonnello.
Per l'opera prestata alle popolazioni calabre colpite dal terremoto nel dicembre 1908, gli fu assegnata una medaglia di bronzo di benemerenza.
Il giornale il Ponte di Pisa del 30 gennaio 1910 dà notizia del suo trasferimento in Somalia: "Il conte cav. colonnello Ferruccio Trombi, comandante il 22° fanteria di stanza nella nostra città, è stato messo con decreto di sabato 23 gennaio a disposizione del Ministero degli Esteri e destinato al Benadir ad assumere il comando delle truppe coloniali nella Somalia italiana. Il conte Trombi, che qui in Pisa aveva raccolto tante simpatie nel breve giro di pochi mesi per la intelligenza che lo distingue e per le doti della cortesia e dell'amabilità, è un ufficiale coltissimo che la fiducia del Governo ora non senza rincrescimento allontana da noi".
Con la dichiarazione di guerra alla Turchia, assunse il comando del 34° reggimento e prese parte, dal gennaio 1912, alla campagna di Libia. Fu poi a Rodi e Psitos e venne insignito dell'Ordine Militare di Savoia.
Promosso maggior generale alla fine del 1913, comandò la brigata Verona e, dal 1 febbraio 1914, a domanda, fu collocato nella riserva. Richiamato in servizio dal 1 marzo 1915, alla dichiarazione di guerra all'Austria, assunse il comando della brigata Alessandria con la quale combattè, fin dai primi giorni di guerra, sul fronte dell'Isonzo, prima di passare - al rientro da una convalescenza, dopo essere stato ferito sul S.Michele il 21 luglio - al comando della brigata Livorno.
Il Comune di Finale Emilia gli ha dedicato una via e nel corso di una solenne commemorazione, il 22 maggio del 1927, alla presenza del principe Filiberto di Savoia, Duca di Pistoia, durante la quale venne inaugurato il monumento ai caduti di piazza Baccarini, fu posata una lapide in marmo con una parte bronzea, sulla parete sud della Torre dell'Orologio, a ricordo delle sue gesta.
Lapide sparita e della quale, anni dopo, si recuperò solo la parte marmorea che, ristrutturata, venne ricollocata sulla Torre oggi crollata.
Dove siano finite le decorazioni in bronzo non si sa con certezza. In una lettera del 1 luglio 1952 il sindaco Mario Cestari risponde al prefetto di Modena che chiedeva informazioni sulla sorte della lapide, affermando che probabilmente la parte metallica è finita nell'operazione "Bronzo alla patria", che prese avvio nel 1940 a seguito della richiesta del Governo Mussolini di rimuovere e fondere, per scopi bellici, i monumenti in bronzo appartenenti a enti pubblici.

Martedì, 28 Giugno 2016 14:57

Giovanni Cipri

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Giovanni Cipri, che nacque a Finale nei primi anni del secolo XVI, è uno dei maggiori organari del Cinquecento. Il Dizionario Biografico degli Italiani edito dalla Treccani riporta un suo profilo: "Nei documenti il cognome è variamente indicato: accanto alle forme latine 'de Cipriis, de Cypro, Ciprie' stanno quelle in volgare 'Cipri, Cipria, Ciprio, Cipriotto', senza contare che regolarmente nei libri di contabilità di S. Petronio a Bologna egli figura come 'Zohane da Ferara'. La sua famiglia esercitava il commercio e la lavorazione del legname; fu questa forse la prima circostanza a favorire la sua inclinazione all'arte organaria. Nulla si sa della sua formazione".
Nel 1536 Cipri risiedeva già a Ferrara e doveva essere ormai un artigiano provetto, tanto da assumere a pochi mesi di distanza l'impegno di due commissioni prestigiose: la costruzione di nuovi organi per la Chiesa dei Servi a Ferrara (il 30 marzo) e per quella dei canonici regolari lateranensi di Piacenza (il 5 agosto).
A tre anni più tardi, risale invece la stipulazione del contratto per l'organo della Chiesa di S. Francesco a Carpi. Il 7 gennaio 1540 si impegnava a fornire un nuovo organo alla Collegiata (divenuta poi la Cattedrale) della stessa Carpi; lo strumento fu ultimato sollecitamente, tanto che il 29 settembre 1541 ne assumeva la manutenzione ordinaria.
Tra i tanti organi frutto del suo lavoro, anche quello della chiesa di S. Francesco a Modena (1547), della Chiesa del Suffragio a Ferrara (1551) e per la Chiesa di S. Domenico a Bologna (1551).
La costruzione di quest'ultimo è la prima notizia della sua attività in questa città, che di lì a poco diverrà la sua nuova residenza. A Bologna il 19 agosto del 1555 ottiene l'incarico per la costruzione del nuovo organo per la chiesa di S. Martino Maggiore (retta dai carmelitani, oggi Basilica) e poco tempo dopo, il 2 ottobre, è assunto come conservatore dell'organo di S. Petronio con il salario mensile di 3 lire, incarico ricoperto fino alla morte.
Non sono noti i motivi del suo trasferimento da Ferrara a Bologna. Resta in ogni caso abbastanza inspiegabile l'abbandono di una città come Ferrara, sede di una corte tra le più munifiche per l'attività artistica e musicale.
Nel 1556 ultimava l'organo di S. Martino, compiva un primo intervento all'organo di S. Petronio e intraprendeva la costruzione di quello per la chiesa di S. Domenico a Brescia. Nel 1560 compiva a Verona il restauro dell'organo della chiesa domenicana di S. Anastasia e ne costruiva uno nuovo per quella francescana di S. Fermo Maggiore; per quest'ultimo strumento risulta coadiuvato dal figlio Paolo. Alcuni anni dopo, tra il 1563 e 1564, effettuò un restauro all'organo di S. Petronio e vi aggiunse il flauto in duodecima. Agli inizi del 1566 risulta coinvolto in una fatto criminale per il quale il vicario della Curia vescovile di Bologna lo condanna – non si sa per quale reato - ad una multa di 50 scudi, al soggiorno coatto in alcune stanze poste sopra le volte della cattedrale e al bando per quattro anni dalle città e diocesi (bando a cui non verrà dato seguito). In commutazione della pena pecuniaria egli venne costretto dal capitolo della cattedrale al gratuito rifacimento dell'organo della cattedrale stessa.
Giovanni Cipri, prima di morire - verosimilmente a Bologna tra la fine di marzo e i primi di aprile del 1575 - volle lasciare un segno anche nella sua città natale realizzando, tra il 1571 e il 1573, l'organo del Duomo di Finale.
Quella dei Cipri fu una vera e propria dinastia di organari: "L'attività del Cipri – conclude il Dizionario Bibliografico Treccani - fu continuata dal figlio Paolo, che il 6 aprile 1575 gli succedeva nella carica di conservatore dell'organo di S. Petronio; conservò l'ufficio fino alla morte, sopraggiunta, forse a Bologna, qualche giorno prima del 27 giugno 1609. Altro figlio del Cipri fu Giuliano (anche Giulio nei documenti). Di lui si sa che nel 1576 costruì un organo nella chiesa di S. Giovanni Battista dei celestini a Bologna; nel 1583 costruì quello della chiesa di S. Francesco a Mirandola (di sette registri, a corista lombardo, riuscito di singolare armonia); nel 1588 compiva lavori di accordatura in quello di S. Francesco, sempre a Bologna. Figlio di Paolo fu Agostino: ne ereditò l'ufficio di accordatore stabile a S. Petronio dal 27 giugno 1609 fino alla morte, avvenuta, verosimilmente a Bologna, qualche giorno prima del 5 febbraio del 1615. Documenti settecenteschi attribuiscono ad Agostino gli organi delle chiese bolognesi della Beata Vergine del Soccorso (santuario di Borgo San Pietro) e della vicina chiesa di S. Maria della Mascarella".

Martedì, 28 Giugno 2016 11:40

Camillo e Clemente Coen

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Si era nella seconda metà dell'Ottocento quando da Angelo Coen e Giulia Venturina Formiggini venivano alla luce Camillo (1874) e Clemente (1878): i fratelli Coen finalesi.
Entrambi diplomati alla scuola tecnica Ignazio Calvi, i due fratelli scelsero però strade diverse. Il primo si laureò in Ingegneria a Bologna, mentre il secondo, ragioniere, fu direttore di banca, ma si dedicò principalmente al giornalismo, alla scrittura, alla musica e alle arti.
Da ingegnere di vaglia, Camillo Coen diresse i lavori di costruzione della celebre Galleria Colonna a Roma (oggi Galleria Alberto Sordi), inaugurata nel 1922, ma non solo. "Fra le sue numerose opere compiute – si legge nell'articolo pubblicato sulla Gazzetta di Modena del 20 luglio 1949 che ne annunciava la scomparsa – sono notevoli i lavori di costruzione del grande Sanatorio Antitubercolare di Cuneo, quelli del Grande Albergo delle Terme di Salsomaggiore, la difficilissima e delicata ricostruzione dello Stabilimento Termale di S.Giuliano di Pisa. Egli fu inoltre il geniale ideatore e creatore del primo Enopolio italiano (una sorta di cantina sociale ante-litteram, n.d.r.) con distilleria a Ciampino, che servì di modello per la costruzione dei successivi Enopoli eretti in Italia".
Clemente, invece, fu appassionato e competente cultore delle memorie storiche finalesi del nostro tempo e apprezzato giornalista, collaboratore di diverse testate già in giovane età.
Pur essendo figlio di genitori ebrei, a una certa età si fece battezzare e divenne fervente cristiano. Ciononostante dovette subire i soprusi delle leggi raggiali, cui sfuggì rifugiandosi nella zona di Canalazzo, dopo l'8 settembre 1943 e fino alla Liberazione.
Ispettore onorario dei monumenti della nostra zona e console del Touring Club Italiano, fu autore di una sintetica guida della città di Finale, pubblicata nel 1953 dalla Tipografia Banzi e conservata nella nostra Biblioteca Pederiali.
"Coen era una delle figure più care e conosciute dei nostri tempi. Parlatore fecondo e preciso, narratore e poeta brillante – scriveva Mario Morselli sulla Gazzetta dell'Emilia del 26 ottobre 1962, ricordandone la scomparsa avvenuta qualche giorno prima, il 23 ottobre, nella Casa di Riposo di Finale, dove era ospite da qualche tempo - ha preferito come tanti altri nostri studiosi, restare in provincia, lavorare nel paese natio. Fu collaboratore della Gazzetta sin dai tempi di Cesare Viaggi, appartenendo a quella schiera di modesti, a volte umili, ma tanto valorosi amici del giornale che hanno lasciato non soltanto una impronta nella vita artistica modenese e nazionale, ma anche un esempio di costume e virtù espresse nelle loro opere, nei loro scritti mai dimenticando la terra che aveva dato loro i natali. E' stato attraverso le pagine della Gazzetta che Coen ha dato saggio della sua vena poetica, della sua fantasia di narratore e di fedele cronista e storico".
Clemente Coen fu comunque conosciuto e apprezzato soprattutto per la sua attività di librettista. Il legame più forte lo ebbe con il maestro Luigi Gazzotti, di cui fu fedele amico e collaboratore fino alla morte di quest'ultimo, avvenuta nel 1923, a soli 37 anni. Per le sue musiche scrisse il libretto dell'opera lirica in tre atti "Lo zingaro cieco" che ebbe un notevole successo. Sempre per Gazzotti scrisse il libretto de "Il campanaro di Camalò", che fu l'ultima opera che il maestro vignolese musicò. Sulle musiche di Gazzotti scrisse anche diverse cantate corali, alcune rimaste inedite.
Diversi i testi di Coen scritti anche per le musiche di Ettore Orlandi: "Sergio e Fantina", quadretto lirico in un atto e gli inediti "Anna Maria", opera lirica in tre atti, "Leggenda del Po", favola romantica in tre atti; "Fiorio e Biancifiore", leggenda in tre atti, "Mirandolina", opera lirica in tre atti. Sempre per le musiche di Orlandi, trascrisse in operetta "La secchia rapita", che venne rappresentata solo in parte – con successo e grande divertimento del pubblico – sotto il titolo de "Il conte di Culagna".
L'ultimo tra i suoi lavori che vide personalmente andare in scena fu "Rossana", opera lirica in tre atti per la musica di Quirino Azzolini, rappresentata al Teatro Municipale di Modena negli anni Cinquanta del secolo scorso.
Nel 1973, invece, l'Orchestra del Teatro Lirico di Saluzzo, propose per la prima volta l'opera lirica "Nunziatella" su musiche del maestro siciliano Luigi Ingo e libretto di Clemente Coen.
Coen fu pure autore del testo dell'Inno dell'Associazione Nazionale Combattenti di Modena. Tra il materiale inedito conservato in Biblioteca, si trova anche la traccia per la sceneggiatura di un film storico-patriottico, che ha per protagonisti due personaggi modenesi: la Contessa Testi e Ciro Menotti.

 

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Venerdì, 20 Maggio 2016 14:02

Francesco Cassetti

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La figura di Francesco Cassetti, medico e patriota, è il trait d'union del gemellaggio tra le comunità di Grézieu-la-Varenne e Finale Emilia, siglato nell'aprile del 1966: nato a Finale Emilia nel 1798, fuggì in Francia e divenne sindaco della città di Grézieu-la-Varenne nel 1870 e lo rimase - eccettuata una parentesi di un paio d'anni - fino alla morte, sopraggiunta nel 1884.

Martedì, 15 Marzo 2016 09:03

Innocenzo Gigli

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Nato a Finale il 3 dicembre 1708 da Francesco Antonio e da Francesca Castellari, risulta aver frequentato la "Schola Doctrinae Christianae" presso la chiesa dei SS. Filippo e Giacomo di Finale. Suo pro-zio fu Giovanni Battista Gigli, altro musicista finalese di qualche notorietà alle dipendenze del Granduca di Toscana e poi di quello di Modena dal 1669 al 1689. Nella sua formazione musicale è probabile abbia avuto un qualche ruolo Francesco Buoni, organista presso la confraternita della Buona Morte dal 1714 al 1724. Il Tiraboschi (notizia ripresa poi anche da Baldoni) sostiene che tra i suoi primi insegnanti fosse anche Antonio Toselli, violoncellista carpigiano che dal 1724 al 1730 fu organista e maestro di musica presso l'Accademia del SS.mo Rosario, in realtà avrebbe potuto trattarsi anche del bolognese Giuseppe Toselli, organista della Buona Morte dopo Buoni. A proposito della formazione musicale di Gigli - come ricorda Luca Colombini nel suo scritto sul musicista finalese, raccolto negli atti del convegno "Accademia de' Fluttuanti" - "da non tralasciare infine la figura di maggior spicco nel panorama musicale finalese, cioè don Pietro Sivieri, prolifico compositore, organista, accademico filarmonico di Bologna col grado più alto di compositore, che ricoprì la carica di maestro di musica presso l'Accademia della Buona Morte dal 1727 al 1747.
La famiglia di Innocenzo era agiata e benestante, ebbe casa prima in via S. Anna poi in via dei Mulini, dove egli trascorse parte della sua giovinezza. Ordinato sub-diacono nel 1729, diacono nel 1730 e infine sacerdote, a Modena, nel dicembre 1731, l'anno successivo si trasferisce nella capitale del Ducato, dove ha come maestro Antonio Maria Pacchioni. Tornato a Finale come cappellano e maestro di musica nella Chiesa del SS. Rosario, viene richiamato a Modena nel 1738, alla morte del Pacchioni, prima come organista nella Chiesa del Voto e poi come successore del maestro nella Cappella musicale della Cattedrale, per diventare, infine, Maestro nella Cappella privata del Duca nel 1754. Incarico che tenne fino alla morte, sopraggiunta il 1 agosto 1772. È in questo ruolo, scrive Umberto Baldoni nel suo 'Il Maestro D. Innocenzo Gigli Musicista di Finale Emilia nel XVIII secolo', che sa farsi apprezzare "come riformatore ed esteta: perché oltre aggiungere varii altri strumenti nella Cappella di Corte, ne definì l'ordinamento, componendola: di un Direttore, dal quale riceveranno ordini tutti gli altri; di un coadiuvatore, del maestro delle funzioni di Chiesa; di un primo violino e di un primo organista, di altri tre violini secondarii, dopo quello di spalla; di un violoncello; e di un contrabbasso: di un flauto o clarino, di una tromba e di un trombone, a cui verranno poi in seguito aggiunti elementi secondari, ma sempre sulle linee direttive del Maestro Gigli. Compì la riforma scegliendo cinque alunni, che solevansi togliere dalla Congregazione di S. Filippo Neri, come cantanti, per le funzioni di Chiesa".
Fu Socio Accademico della Filarmonica di Bologna e anche di quella di Modena. "È alla sua opera – scrive ancora il Baldoni – alla quale noi dobbiamo la fondazione della 'Unione dei Musicisti e suonatori della Città di Modena' creata avanti il 1765, che, oltre al cotivare la musica, si proponeva, al pari e sulla guisa delle Confraternite religiose, di costituire un fondo per la solenne funzione annua di Santa Cecilia, oltre che per venire in suffragio delle anime dei soci. Due anni dopo fu fondata l'accademia Ducale dei 'Filarmonici di Modena', che tenne la sua prima adunanza sotto la presidenza del Gigli occupando la gioventù in trattenimenti musicali, che tutti gli anni, dopo il carnevale e durante la Quaresima, venivano dati con spettacoli e orazioni sacre".
Negli anni che vanno dal 1742 al 1746, scrisse numerose composizioni sacre, molte delle quali sono ancora oggi conservate, in partiture autografe, nell'Archivio Capitolare di Modena. Spartiti che recentemente sono stati recuperati e fatte oggetto di un importante lavoro di riscrittura. Poco meno di due anni fa queste musiche sono state riproposte in un concerto a lui dedicato, eseguito con grande successo nel Duomo di Modena.

Mercoledì, 13 Gennaio 2016 12:43

Carlo Gallini

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Non c'è solo Gregorio Agnini nella storia politica finalese: un'altra figura di grande spessore che emerge dagli scaffali del passato è quella di Carlo Gallini, deputato dal 1895 per ben sei legislature (sette se si calcola anche la 18a che dopo le elezioni del 6 gennaio 1895 venne chiusa il 13 dello stesso mese), poi sottosegretario di Stato al ministero di Grazia e Giustizia e dei culti (dal 2 aprile 1911 al 19 marzo 1914) e senatore (nominato il 3 ottobre 1920).
Nel suo curriculum politico figurano anche le cariche di consigliere comunale a Roma e consigliere provinciale di Modena (dove fu per lungo tempo eletto presidente), oltre che membro della Commissione del Senato per le petizioni, Grande Ufficiale dell'Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro, Cavaliere, Commendatore e Gran Cordone dell'Ordine della Corona d'Italia.
Nato a Finale Emilia il 27 aprile 1848 da Lorenzo Gallini ed Elisabetta Paganelli, morì a Roma il 13 marzo 1927. Laureatosi in Giurisprudenza all'Università di Bologna nel 1871, frequenta assiduamente anche la facoltà di Lettere, dove ha modo di conoscere il suo docente più celebre dell'epoca, Giosuè Carducci, che resta colpito dall'ingegno vivace e dalla vasta cultura del giovane finalese.
Trasferitosi a Roma, intraprende la carriera di avvocato con ottimi risultati. Nella capitale partecipa alla vita politica, collabora a importanti riviste giuridiche, pubblica diverse opere di notevole rilievo nel campo del diritto (tra le più studiate Il commento allo Statuto fondamentale del Regno e il Massimario della Corte di Cassazione di Roma) ed è nominato consigliere dell'Ordine degli Avvocati.
È un radicale convinto ed è come esponente di quella che allora (siamo nel 1895) viene classificata "estrema sinistra" che è eletto alla Camera dei deputati con i voti degli elettori del Collegio di Pavullo nel Frignano (che resterà il "suo" Collegio anche nelle successive rielezioni). In Senato sarà tra i membri del gruppo Unione democratica sociale, poi Unione democratica (di cui fu anche segretario).
La sua attività parlamentare è ricordata soprattutto perché fu tra i primi ad affrontare due temi particolarmente spinosi: la difesa giuridica dei poveri e il voto alle donne.
Sul tema della tutela giudiziaria degli indigenti, viene ritenuta pioneristica e benemerita l'iniziativa di Gallini, che dopo aver presentato un ordine del giorno che impegnasse finalmente il governo a riformare la legge sul gratuito patrocinio, propose un primo progetto di legge, intitolato "Istituzione dell'avvocatura dei poveri", presentato alla Camera il 29 gennaio 1903. A questo proposito, riportiamo quanto scritto da Federico Alessandro Goria, docente dell'Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro", in Avvocazia dei poveri, Avvocatura dei poveri, Gratuito patrocinio: la tutela processuale dell'indigente dall'Unità ad oggi: "Nella relazione introduttiva il Gallini precisava di aver voluto tener conto sostanzialmente di tre elementi, che il testo cercava di affrontare e correggere: l'esigenza dell'indigente di essere assistito anche nella fase istruttoria davanti alla Commissione competente, non soltanto per motivi economici (per evitare l'uso della carta bollata, richiesta dalla normativa), ma anche a causa dell'ignoranza che spesso gli avrebbe impedito, da solo, di reperire tutti i certificati e i documenti necessari ad attestare le proprie ragioni; la necessità di provvedergli un difensore preparato e che si occupasse attentamente della causa; il problema di realizzare tutto questo senza un eccessivo aggravio del bilancio dello Stato. La soluzione che proponeva era dunque quella di istituire un ufficio dell'Avvocatura dei poveri presso ogni Tribunale e Corte d'appello, utilizzando allo scopo funzionari del pubblico ministero che, oltre al proprio stipendio, avrebbero potuto anche ottenere il pagamento degli onorari dalla parte soccombente o dal proprio cliente, in caso di vittoria. Presso le Preture si sarebbe invece conservato l'affidamento della difesa ad un patrono 'officioso', a seguito di semplice decreto dello stesso Pretore. (...) Il progetto fu il classico "sasso nello stagno" e raccolse una schiera di critiche (...)". Gallini su questo argomento ripresentò poi due successive proposte di legge: una seconda il 2 febbraio 1905 (anche se il testo venne letto in aula solo il 5 maggio dell'anno successivo) e una terza il 26 febbraio 1910. Il tema del gratuito patrocinio ha poi continuato ad essere al centro di un dibattito tra giuristi che prosegue ancora ai giorni nostri.
Sull'argomento del voto alle donne, Carlo Gallini fu il firmatario dell'atto n. 358 del 18 giugno 1910, un primo provvedimento per la concessione alle donne dell'elettorato, che non arrivò a ottenerlo, ma incise significativamente sulla concessione di altri sacrosanti diritti.
Il testo della proposta legislativa è parte del libro "La donna e la legge" che Carlo Gallini pubblica sempre nel 1910 per l'editore Loescher - riprendendo i suoi precedenti studi sulla condizione sociale e giuridica della donna, editi nel 1872 (e una cui copia, con dedica autografa dell'autore, è stata rinvenuta nella biblioteca di Giuseppe Garibaldi a Caprera) - con prefazione di Jane Grey, pseudonimo di Clelia Romano Pellicano, scrittrice e giornalista, anticipatrice del femminismo italiano ed europeo, figlia del barone Giandomenico Romano e moglie del marchese Francesco Maria Pellicano dei duchi Riario-Sforza, entrambi deputati del parlamento italiano.

Mercoledì, 30 Dicembre 2015 15:36

Paolo Monelli

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Non lo si può definire un finalese a tutti gli effetti, anche perché dei suoi natali si è impossessata Fiorano Modenese, che gli ha anche intitolato la biblioteca cittadina. In effetti è così: Paolo Monelli è nato a Fiorano il 15 luglio del 1891, nella casa materna di via Cerveto 5. Il suo cognome è però tipicamente finalese e, in effetti, come recita l'atto di nascita trascritto sui registri dell'anagrafe del Comune di Fiorano, il padre Ernesto, Capitano Medico, era "domiciliato in Finale Emilia", anche se ben presto con la famiglia dovette trasferirsi a Bologna, come direttore dell'Ospedale Militare. E anche Paolo, in gioventù, deve aver trascorso, soprattutto in estate, lunghi periodi nella nostra città. D'estate, perché durante il periodo scolastico frequentava il Liceo Classico Minghetti nel capoluogo.
Paolo Monelli era un personaggio davvero incredibile: scrittore, giornalista, gastronomo gaudente, grande viaggiatore, fotografo e anche Alpino. Meriterebbe davvero di essere riscoperto e, visto che un legame con la nostra città l'ha avuto, ce ne impossessiamo almeno per il tempo di questo post-it con la speranza di stuzzicare qualche lettore ad andare a ricercare in qualche vecchia libreria o in biblioteca i suoi libri.
Laureatosi in Legge a Bologna il 7 luglio del 1913 con una tesi dal titolo "Il momento consumativo del reato", fu ufficiale degli Alpini nella I Guerra Mondiale. Già nel 1914 si era accostato al giornalismo, iniziando a svolgere incarichi redazionali per Il Resto del Carlino. Dopo la I Guerra Mondiale iniziò la carriera di giornalista scrivendo soprattutto per La Stampa, il Corriere della Sera, La Gazzetta del Popolo e prese parte alla Guerra d'Etiopia e alla Seconda Guerra Mondiale come inviato. Nel secondo dopoguerra collaborò con Risorgimento Liberale, Tempo, La Stampa, Corriere della Sera, Epoca e altre testate.
Senza ombra di dubbio, anche se oggi non viene ricordato più di tanto, è stato uno dei più grandi giornalisti italiani del Novecento (alla stregua di un Indro Montanelli, per intenderci: e chi avrà la pazienza di andare a ricercare qualche suo articolo o qualche suo scritto se ne potrà facilmente rendere conto). È morto a Roma nel 1984.
Fu autore sia di romanzi (il più noto è "Le scarpe al sole"), sia di saggi storici ("Roma 1943", "Mussolini piccolo borghese") e di un vero e proprio piccolo gioiello: "Il ghiottone errante", frutto di un reportage sul campo (antesignano delle opere da gourmet-scrittore alla Mario Soldati, Gianni Brera o, più recentemente, Gianni Mura e Roberto Perrone), arricchito dei disegni di uno dei migliori illustratori dell'epoca, Giuseppe Novello, anch'egli alpino e con il quale aveva già pubblicato nel 1929 un volume di vignette e racconti canzonatori per l'editore Treves, "La guerra è bella ma scomoda" .
Anche "Il ghiottone errante" - che raccoglieva una serie di articoli pubblicati sulla Gazzetta del Popolo di Torino - venne pubblicato da Treves nel 1935: è un diario di viaggio in Italia, alla scoperta del meglio della nostra enogastronomia. Eravamo nei primi anni Trenta! Le pubblicazioni non si occupavano né di turismo, né di cucina, la fortuna di Slow food con i suoi presidi non era nemmeno ipotizzabile e la Tv era di là da venire con tutti i suoi show culinari che oggi riempiono i palinsesti.
Un piccolo capolavoro d'ironia e leggerezza nel quale viene affermato il valore culturale del cibo e del vino, molto prima che il buon mangiare e il buon bere diventino di moda.
Tanto per farmi capire, ve ne trascrivo un piccolo passaggio: "Ho letto libri sacri e profani, ho cercato in mille volumi certezze e consolazioni, ma nessun libro vale questo volume di lasagne verdi che ci mettono innanzi i salaci osti bolognesi. Fra pagina e pagina e un vischio di formaggio, un occhieggiare di tartufi, un brulicare di rigaglie preziose. Sfogliate, divorate pagine: è un decameroncino, un manuale di filosofia storica, una consonante poesia che ci fa contenti di vivere".
È probabilmente la prima volta in cui la lasagna viene sdoganata e offerta in pasto (letterario) al grande pubblico: all'epoca non era ancora piatto da ristorante, ma piuttosto da piccola osteria di passaggio.
"Il ghiottone errante" è un libro che, nell'anno dell'Expo, mi auguravo qualche editore ristampasse nella sua versione originaria, con le vignette di Novello. Così come avrebbe dovuto essere per una sua altra pubblicazione, edita nel 1963 da Longanesi: "O.P. ossia Il vero bevitore", un vademecum per imparare a bere, dove O.P. è un artificio letterario, un acronimo, che sta sia per Optimus Potor – latino che identifica chi beve bene – sia per Oino-Pòtes – termine greco con cui Anacreonte identifica il savio cultore del vino.
Il 1963, anno di uscita di quest'ultimo libro, è anche quello del secondo matrimonio per Monelli: dopo la separazione dalla prima moglie avvenuta a San Marino nel 1954 e resa esecutiva dalla Corte di Appello di Roma nel 1958, convola a nozze con Palma Bucarelli, gran dama romana, critica d'arte e storica dell'arte, direttrice e sovrintendente della Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma dal 1942 al 1975.
Monelli, ultimo intellettuale ad abbandonare il monocolo, è stato un ottimo giornalista a tutto campo, una "grande penna", come emerge in ogni cosa che ha scritto: dai suoi racconti della guerra alpina alle corrispondenze da Berlino, Atene e Parigi, dai resoconti di importanti imprese del regime (la trasvolata oceanica di Italo Balbo in occasione del decennale fascista e la conquista dell'Impero d'Africa Orientale), dalle risposte nelle rubriche delle lettere che nel dopoguerra ha curato in diversi quotidiani agli articoli di costume. Il suo ultimo articolo è per il Corriere della Sera nel 1978.
Nel 1982, già colpito da una malattia invalidante, decide di donare la sua biblioteca, l'archivio personale, le raccolte dei giornali e delle riviste a cui aveva collaborato alla biblioteca statale "Antonio Baldini" di Roma: si tratta di circa 11 mila volumi, 347 scatole di documenti dell'archivio personale (che copre l'arco cronologico dal 1868 al 1967, comprendendo anche documenti riguardanti i genitori) e circa 6000 stampe fotografiche in B/N di vari formati, nonché matrici di stampa su plastica e su vetro.

PS: Credo sia doveroso, a chiusura di questo breve racconto, un ringraziamento al maestro Angelo Sola. Il legame di Paolo Monelli con Finale mi sarebbe rimasto sconosciuto se non avessi rinvenuto un articolo del settimanale "Panorama" del novembre 1973, in un faldone conservato nella Biblioteca Comunale che contiene ritagli di articoli su Finale (dal 1884 al 1989), tratti da quotidiani e periodici, che egli ha raccolto, negli anni, con tanta passione e cura.

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