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Venerdì, 23 Dicembre 2016 14:24

Ignazio Calvi

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Pur non essendo finalese di nascita, Ignazio Calvi da più di cento anni costituisce un denominatore comune per moltissime persone che hanno vissuto e vivono a Finale. A lui, reggiano di nascita, è intitolato dal 1967 il nostro Istituto Tecnico Agrario Statale – più recentemente arricchito del corso per geometri – ma è da molto tempo prima che il suo nome è legato alla scuola finalese.

Nel 1870 infatti, Finale diede vita a una scuola privata, divenuta prima comunale nel 1880 e poi scuola tecnica statale (la prima della Provincia) nel 1888. Scuola che con decreto ministeriale del 17 marzo 1890, venne intitolata a Ignazio Calvi.
È chiaro, quindi, come siano stati davvero tanti i giovani studenti finalesi – divenuti poi adulti impegnati nei più disparati campi del sapere e dell'operare – a frequentare, dal 1890 a oggi, "il Calvi", prima scuola tecnica, poi scuola complementare, quindi avviamento professionale e infine istituto agrario e per geometri.
Nato il 21 gennaio del 1797 a Reggio Emilia - curiosamente l'anno e il luogo in cui viene decretato "universale lo Stendardo o Bandiera Cispadana di tre colori, Verde, Bianco e Ross", quello che sarà poi il tricolore italiano: evidentemente un segno del destino – Ignazio Calvi fu uno spirito assai inquieto, sempre in bilico tra il combattente e l'intellettuale, capace di attraversare, senza mai piegare la testa, l'intero arco del Risorgimento italiano.
Come nacque e si alimentò il suo rapporto con Finale, lo racconta Umberto Baldoni in "Il Maggiore Ignazio Calvi e la Scuola Tecnica di Finale Emilia", pubblicato nel libro "Una scuola nel tempo" del 1959. "Ritornato reduce dal Reggimento dei Dragoni della Regina, da Milano nel 1814 – scrive Baldoni – fu attratto dal Proclama del Murat di Rimini, che seguì per pochi mesi onde riprendere a Modena i suoi studi in Chimica, corso che allora durava un triennio e che lo portò alla laurea nel 1819. Indubbiamente in quell'ambiente – tutto ancora infervorato dalle idee nazionali – prese parte, almeno conciliatoriamente, coi Cospiratori del 1821 (i cui moti portarono alla condanna a morte, eseguita il 17 ottobre 1822, di Don Giuseppe Andreoli di San Possidonio, n.d.r.), perché gli indiziati sono tutti suoi amici, conosciuti in quell'ambiente, oltre quelli di Finale, quali il Ramondini ed il Marchetti, studenti presso il S. Carlo di Modena. Si deve anzi all'iniziativa di costoro la sua decisione di portarsi al Finale, dove doveva trovarsi più al sicuro che altrove, dalle mene della polizia estense".
Proprio con Giovanni Ramondini e Agostino Marchetti, Calvi partecipò sempre nel 1821 all'insurrezione di Alessandria, dove il 10 marzo venne recepita la costituzione spagnola, fu formata la Giunta provvisoria di governo, si dichiarò guerra all'Austria.
"L'8 aprile la rivoluzione alessandrina crollò – annota Giuseppe Bedoni in "Il patriota Ignazio Calvi e la sua evoluzione politica", relazione inclusa negli atti del convegno "Ignazio Calvi e il suo tempo" tenutosi a Finale l'11 aprile 1997 –con la sconfitta degli insorti presso Novara ad opera di forze alleate realiste ed austriache. (...) Dietro le insistenze dei carbonari Ramondini e Marchetti, il Calvi, dopo la sconfitta di Novara, li seguì a Finale, loro paese d'origine, evitando in tal modo l'arresto. Del resto quell'ambiente era più sicuro di Reggio, perché in caso di pericolo egli avrebbe potuto rifugiarsi nella vicina Ferrara, non soggetta alla giurisdizione della polizia estense. In seguito il Ramondini e il Marchetti gli facilitarono la conoscenza dei carbonari di Mirandola, Carpi, Cento, S. Felice. Molto probabilmente la simpatia del Calvi verso la Carboneria risaliva ai contatti con l'associazione Libera Ausonia durante la campagna del Murat e con i volontari reggiani partecipanti all'insurrezione di Alessandria".
Nel decennio successivo, Calvi è attivo nel "raggio", ovvero il comitato locale che dalla Bassa affianca e supporta le idee sovversive della Carboneria modenese di Ciro Menotti, che nel febbraio 1831 cercherà di scalfire il dominio estense.
Nella Bassa i capi dei Comitati locali si incontravano segretamente nella sede del "Raggio" principale di Massa Finalese per concordare le azioni. "Il Comitato di Finale – prosegue Bedoni - tra i 142 aggregati, diretti dal farmacista Ignazio Calvi, qualificato 'l'agitatore', comprendeva l'ing. Agostino Marchetti, podestà del Popolo; il dott. Antonio Gnoli, segretario politico del Comitato finalese, diversi ufficiali, medici, avvocati, tre vigili urbani, soldati di linea".
Fuggito il duca da Modena, nonostante il fallimento della congiura che Menotti era stato costretto ad anticipare, ci si preparava a combattere a Novi e Calvi, insieme al capitano Antonio Tonelli, comandante la piazzaforte di Finale, cominciavano ad accogliere al "Civico Quartiere della Piazza" le adesioni di volontari alla Guardia Civica.
L'esito della battaglia, però, non fu felice e i patrioti modenesi dovettero cedere il campo alle forze estensi e a una divisione austriaca.
Il 9 marzo Francesco IV poté quindi rientrare a Modena e diede ordine alla polizia di compilare l'elenco dei compromessi con i moti del 3 febbraio 1831. Il capitano Tonelli era tra i 152 segnalati dalla polizia estense e per evitare una sicura pena carceraria fu costretto a porsi con la sua Guardia Civica agli ordini del generale conte Carlo Zucchi, responsabile del comando e dell'organizzazione dell'esercito, che seguì a Bologna e poi fino ad Ancona, insieme a Calvi e al sanfeliciano Onorio Ferraresi, tenente della IV compagnia del Battaglione modenese di linea.
Il generale Zucchi, però, viene sconfitto a Rimini dove aveva concentrato le forze emiliane e romagnole. I suoi uomini cedono le armi e vengono amnistiati: gli è concesso di partire illesi, muniti di un regolare passaporto, entro 15 giorni.
Calvi, approfittando dell'amnistia ma non potendo ritornare nel Ducato estense, lascia Ancona imbarcandosi sul "Leon d'Oro" che lo porterà, insieme a pochi altri patrioti, a Marsiglia, in Francia, dopo una vera e propria odissea che egli racconta nelle sue "Ricordanze". Nelle stesse, egli narra le sue vicissitudini da profugo e i suoi spostamenti che lo porteranno, dopo Marsiglia, a Màcon, a Montbrison, a Grézieu La Varenne ("un piccolo villaggio composto di un centinaio di case, situato a tre miglia da Lyon, sulla strada di Montbrison, in una deliziosa pianura, a piè di colline amenissime", scrive Calvi) e, infine, a Parigi.
In Francia, Calvi si converte alle idee della Giovane Italia di Giuseppe Mazzini e si prepara all'ennesimo fallimento rivoluzionario. Nel 1834, con una compagnia di fuoriusciti italiani partecipa a una spedizione nella Savoia che ha l'intento di rovesciare il governo di Carlo Alberto e penetrare in Italia. La reazione delle truppe piemontese smorza però gli ardori mazziniani e i vessilli della Giovane Italia si afflosciano irrimediabilmente.
Rientrato a Parigi, dove lo ha raggiunto la moglie Anna Vettolani, mette a reddito la sua abilità nel gioco degli scacchi, frutto di una passione nata probabilmente negli anni di studio a Modena.
"Anche al suo arrivo a Finale Emilia – spiega Fulvio Casella nel suo intervento al convegno "Ignazio Calvi e il suo tempo" – Calvi trovò terreno fertile per la pratica del gioco degli scacchi. Sappiamo infatti che nelle biblioteche di Finale erano presenti già da tempo diversi volumi sul gioco".
Durante il suo esilio francese egli riprende a giocare a scacchi una prima volta a Grézieu La Varenne, poi a Parigi. Nella capitale francese, le capacità di scacchista gli fanno acquistare notorietà soprattutto nei salotti mondani, al punto che la principessa Cristiana Trivulzio Barbiano di Belgioioso-Este, fervente mazziniana e tutrice di molti esuli italiani, lo vuole come istruttore e maestro.
Nel 1836 a Parigi viene edita la rivista specialistica "La Palamède", dal nome di un guerriero partecipante all'assedio di Troia che la leggenda vuole essere l'inventore degli scacchi, a cui Calvi è chiamato a collaborare fin dai primi numeri e sulla quale, dal 1842 al 1847, pubblicherà il suo "Cours d'échecs" in 47 lezioni.
Il suo ritorno in Italia è legato nuovamente a un evento rivoluzionario: i moti del 1848. In realtà già nel 1845, aveva fatto una breve apparizione a Finale: l'ambasciatore d'Austria a Parigi, principe Esterhazy raccoglie una sua petizione che attraverso un periglioso viaggio tra ambasciatori e ministri sembra approdare finalmente nelle mani del duca di Modena. Il desiderio di tornare è tanto che Calvi probabilmente finisce per anticipare però troppo i tempi. "Vendetti quanto mi trovava di mobiglie – scrive nelle Ricordanze – diedi ordine a' miei affari, ed ai venti di Agosto dello stesso anno '45 partii da Parigi e per la via di Marsiglia giunsi a piccole giornate il 12 settembre al Finale. Mi misi tosto all'opera per fornire il mio piccolo appartamento di mobili e del necessario alla mia famigliola. Erano già trascorsi quaranta giorni allorché il 23 d'Ottobre ricevo ordine di sortire immediatamente dallo Stato. Nel tempo stesso il signor Parisi mi fa sentire di portarmi tosto alla Capitale. V'arrivo sulle undici della mattina del 24, ed ottengo un'udienza dal Principe. Prima di presentarmi, io parlai coi signori Parisi e Gamorra, i quali mi dissero di non temere se intendeva delle aspre parole, ma di rispondere franco. Fui introdotto, diedi una petizione colla quale dimandava un processo contro quelli che m'avevano accusato. Appena dette queste parole, il Principe si diresse verso di me cogli occhi di fuoco e mi disse: Sa cos'è lei? Un cattivo soggetto che tenta di venire a corrompere i miei sudditi, ma non vi riuscirà: sortirà dai miei Stati, né le sue alte protezioni potranno salvarlo, né Parisi, né Borsari".
Così Calvi è costretto al rientro in Francia dove resterà fino a quando a richiamarlo in Italia sarà la Guerra d'Indipendenza nel 1848. Sarà perciò nuovamente a Finale il 17 aprile e in breve riuscirà a formare una compagnia mobile di 72 finalesi che si unirà alla Colonna mobile di 1000 volontari modenesi e reggiani.
"Combatte a Goito – riporta il gazzettino finalese "La Minoranza" del 16 agosto 1896 che commemora il 24° anniversario della morte – ed è anima e vita di quel nuovo rivolgimento finché l'armistizio di Salò che riconduce gli Austriaci a Milano, non gl'impone di riparare in Piemonte, ove assume il comando di capitano in quelle patriottiche milizie, sino al giorno doloroso in cui la disfatta di Novara e l'abdicazione di Carlo Alberto non lo costringe a dimettersi".
Nel 1859 a Finale si impegna nella costituzione delle Compagnie della Guardia Nazionale, ma dopo due mesi è richiamato sotto l'esercito piemontese e destinato a Parma, all'epoca sede del Comando Generale di retrolinea padana, dove ritrova il suo vecchio generale Zucchi. Nello stesso anno è eletto deputato dell'Assemblea Costituente, di cui diviene presidente nella prima seduta, che approva la decadenza di Francesco V dalla sovranità degli stati modenesi e l'annessione delle province modenesi al regno dei Savoia. Nel 1860 viene invece eletto deputato per il collegio di Vignola e si spende per l'annessione alla monarchia sarda di Vittorio Emanuele II.
Nel 1862 abbandona definitivamente l'esercito e ritorna a Finale per riprendere la professione presso la farmacia Agnini, ma a stare fermo proprio non riesce.
Così il suo impegno si rivolge al miglioramento della condizione sociale e alla crescita culturale della città e dei suoi abitanti. Nel 1863, il 16 di agosto, fonda con i suoi principali amici la Società di mutuo soccorso e di istruzione fra gli operai il cui oggetto è il "miglioramento intellettuale, morale e materiale della classe operaia" e che svolgerà la propria attività "aprendo scuole, assegnando sussidi a quelle esistenti e concedendone altri per la accettazione gratuita di essi". Ma non solo, perché la Società di mutuo soccorso finirà per occuparsi anche di attirare i giovani nelle loro ore di svago e istituire concorsi, premi e borse di studio per i più meritevoli. L'ultima soddisfazione gli arriva probabilmente dal "nascente sole del 20 settembre 1870" con la presa di Porta Pia e la caduta dello Stato Pontificio.
"Davanti a un popolo festante che lo acclama al balcone della sua casa, sita in piazza Garibaldi – racconta La Minoranza nel numero del 18 agosto 1896, ricordando la scomparsa di Calvi – per essersi avverato il sogno fatidico dei nostri martiri. Egli piange lacrime dolcissime e l'emozione che gli fa intoppo alla gola gli lascia solo esclamare: ora muoio contento".
Lo farà poco meno di due anni dopo, il 17 agosto 1872, nella sua casa di Finale Emilia.

Letto 388 volte Ultima modifica il Venerdì, 23 Dicembre 2016 14:32
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