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Mercoledì, 30 Dicembre 2015 15:36

Paolo Monelli

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Non lo si può definire un finalese a tutti gli effetti, anche perché dei suoi natali si è impossessata Fiorano Modenese, che gli ha anche intitolato la biblioteca cittadina. In effetti è così: Paolo Monelli è nato a Fiorano il 15 luglio del 1891, nella casa materna di via Cerveto 5. Il suo cognome è però tipicamente finalese e, in effetti, come recita l'atto di nascita trascritto sui registri dell'anagrafe del Comune di Fiorano, il padre Ernesto, Capitano Medico, era "domiciliato in Finale Emilia", anche se ben presto con la famiglia dovette trasferirsi a Bologna, come direttore dell'Ospedale Militare. E anche Paolo, in gioventù, deve aver trascorso, soprattutto in estate, lunghi periodi nella nostra città. D'estate, perché durante il periodo scolastico frequentava il Liceo Classico Minghetti nel capoluogo.
Paolo Monelli era un personaggio davvero incredibile: scrittore, giornalista, gastronomo gaudente, grande viaggiatore, fotografo e anche Alpino. Meriterebbe davvero di essere riscoperto e, visto che un legame con la nostra città l'ha avuto, ce ne impossessiamo almeno per il tempo di questo post-it con la speranza di stuzzicare qualche lettore ad andare a ricercare in qualche vecchia libreria o in biblioteca i suoi libri.
Laureatosi in Legge a Bologna il 7 luglio del 1913 con una tesi dal titolo "Il momento consumativo del reato", fu ufficiale degli Alpini nella I Guerra Mondiale. Già nel 1914 si era accostato al giornalismo, iniziando a svolgere incarichi redazionali per Il Resto del Carlino. Dopo la I Guerra Mondiale iniziò la carriera di giornalista scrivendo soprattutto per La Stampa, il Corriere della Sera, La Gazzetta del Popolo e prese parte alla Guerra d'Etiopia e alla Seconda Guerra Mondiale come inviato. Nel secondo dopoguerra collaborò con Risorgimento Liberale, Tempo, La Stampa, Corriere della Sera, Epoca e altre testate.
Senza ombra di dubbio, anche se oggi non viene ricordato più di tanto, è stato uno dei più grandi giornalisti italiani del Novecento (alla stregua di un Indro Montanelli, per intenderci: e chi avrà la pazienza di andare a ricercare qualche suo articolo o qualche suo scritto se ne potrà facilmente rendere conto). È morto a Roma nel 1984.
Fu autore sia di romanzi (il più noto è "Le scarpe al sole"), sia di saggi storici ("Roma 1943", "Mussolini piccolo borghese") e di un vero e proprio piccolo gioiello: "Il ghiottone errante", frutto di un reportage sul campo (antesignano delle opere da gourmet-scrittore alla Mario Soldati, Gianni Brera o, più recentemente, Gianni Mura e Roberto Perrone), arricchito dei disegni di uno dei migliori illustratori dell'epoca, Giuseppe Novello, anch'egli alpino e con il quale aveva già pubblicato nel 1929 un volume di vignette e racconti canzonatori per l'editore Treves, "La guerra è bella ma scomoda" .
Anche "Il ghiottone errante" - che raccoglieva una serie di articoli pubblicati sulla Gazzetta del Popolo di Torino - venne pubblicato da Treves nel 1935: è un diario di viaggio in Italia, alla scoperta del meglio della nostra enogastronomia. Eravamo nei primi anni Trenta! Le pubblicazioni non si occupavano né di turismo, né di cucina, la fortuna di Slow food con i suoi presidi non era nemmeno ipotizzabile e la Tv era di là da venire con tutti i suoi show culinari che oggi riempiono i palinsesti.
Un piccolo capolavoro d'ironia e leggerezza nel quale viene affermato il valore culturale del cibo e del vino, molto prima che il buon mangiare e il buon bere diventino di moda.
Tanto per farmi capire, ve ne trascrivo un piccolo passaggio: "Ho letto libri sacri e profani, ho cercato in mille volumi certezze e consolazioni, ma nessun libro vale questo volume di lasagne verdi che ci mettono innanzi i salaci osti bolognesi. Fra pagina e pagina e un vischio di formaggio, un occhieggiare di tartufi, un brulicare di rigaglie preziose. Sfogliate, divorate pagine: è un decameroncino, un manuale di filosofia storica, una consonante poesia che ci fa contenti di vivere".
È probabilmente la prima volta in cui la lasagna viene sdoganata e offerta in pasto (letterario) al grande pubblico: all'epoca non era ancora piatto da ristorante, ma piuttosto da piccola osteria di passaggio.
"Il ghiottone errante" è un libro che, nell'anno dell'Expo, mi auguravo qualche editore ristampasse nella sua versione originaria, con le vignette di Novello. Così come avrebbe dovuto essere per una sua altra pubblicazione, edita nel 1963 da Longanesi: "O.P. ossia Il vero bevitore", un vademecum per imparare a bere, dove O.P. è un artificio letterario, un acronimo, che sta sia per Optimus Potor – latino che identifica chi beve bene – sia per Oino-Pòtes – termine greco con cui Anacreonte identifica il savio cultore del vino.
Il 1963, anno di uscita di quest'ultimo libro, è anche quello del secondo matrimonio per Monelli: dopo la separazione dalla prima moglie avvenuta a San Marino nel 1954 e resa esecutiva dalla Corte di Appello di Roma nel 1958, convola a nozze con Palma Bucarelli, gran dama romana, critica d'arte e storica dell'arte, direttrice e sovrintendente della Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma dal 1942 al 1975.
Monelli, ultimo intellettuale ad abbandonare il monocolo, è stato un ottimo giornalista a tutto campo, una "grande penna", come emerge in ogni cosa che ha scritto: dai suoi racconti della guerra alpina alle corrispondenze da Berlino, Atene e Parigi, dai resoconti di importanti imprese del regime (la trasvolata oceanica di Italo Balbo in occasione del decennale fascista e la conquista dell'Impero d'Africa Orientale), dalle risposte nelle rubriche delle lettere che nel dopoguerra ha curato in diversi quotidiani agli articoli di costume. Il suo ultimo articolo è per il Corriere della Sera nel 1978.
Nel 1982, già colpito da una malattia invalidante, decide di donare la sua biblioteca, l'archivio personale, le raccolte dei giornali e delle riviste a cui aveva collaborato alla biblioteca statale "Antonio Baldini" di Roma: si tratta di circa 11 mila volumi, 347 scatole di documenti dell'archivio personale (che copre l'arco cronologico dal 1868 al 1967, comprendendo anche documenti riguardanti i genitori) e circa 6000 stampe fotografiche in B/N di vari formati, nonché matrici di stampa su plastica e su vetro.

PS: Credo sia doveroso, a chiusura di questo breve racconto, un ringraziamento al maestro Angelo Sola. Il legame di Paolo Monelli con Finale mi sarebbe rimasto sconosciuto se non avessi rinvenuto un articolo del settimanale "Panorama" del novembre 1973, in un faldone conservato nella Biblioteca Comunale che contiene ritagli di articoli su Finale (dal 1884 al 1989), tratti da quotidiani e periodici, che egli ha raccolto, negli anni, con tanta passione e cura.

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